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Per un approccio olistico dell’abitare, è urgente cambiare

Norbert Lantschner intervistato da storemat.com

È un uomo illuminato, consapevole di avere una missione. Tanto da essere considerato uno dei massimi esperti scientifici in materia. Ha una fermezza permeata da un’insolita dolcezza. Insolita per chi nasce e vive tra le montagne. Così come è tangibile la sua determinazione nel voler diffondere e condividere un futuro prossimo che sia davvero sostenibile. Arriva dal suo modo di essere: sorridente, di una semplicità contagiosa che sconfina nella leggerezza. È un abile oratore. A maggio, a Roma, ha incantato oltre mille progettisti arrivati da tutto il mondo per il FIG Working Week Rome 2012, una sorta di Onu tecnico. È solo uno dei numerosi eventi cui ha partecipato Norbert Lantschner in questi mesi. Giovedì 14 giugno 2012 è ufficialmente iniziata la sua nuova avventura: si chiama Fondazione ClimAbita.



Direttore e ideatore di Agenzia CasaClima: come la dobbiamo definire oggi?

Norbert Lantschner. «Ho tanti titoli ormai! Forse l’ultimo che mi è stato dato è quello di “pensatore libero”. Quando ero responsabile del Dipartimento Ambiente della Provincia Autonoma di Bolzano mi occupavo già di energia, ambiente, inquinamento. Lì è nata l’idea di contribuire con delle soluzioni per il settore più importante della nostra società di oggi, cioè l’edilizia. Da queste riflessioni ha origine il progetto CasaClima».


Se “CasaClima ha un'anima è quella di Lantschner” è quanto dicono tutti. A suo avviso, quale futuro ha l’Agenzia CasaClima?

N. L. «CasaClima è una visone. Ha creato una missione e questa va ulteriormente sviluppata. Abbiamo visto che questo progetto ha delle difficoltà a livello politico istituzionale. È diventata anche un’opera rilevante del punto di vista economico e quando c’è di mezzo l’economia nascono gli interessi. Per me difendere la filosofia CasaClima è diventato sempre più difficile. Quando diventi scomodo, la politica ti scarica. È un progetto che va rilanciato. Aveva una sua purezza, ovvero l’indipendenza, e un obiettivo così importante per il bene comune e non può sottostare agli interessi del territorio o di certe aziende. L’edilizia è un grande cantiere. Credo sia fondamentale, se vogliamo continuare, un cambiamento. Anche un’idea buona, a dieci anni dalla sua nascita, deve rigenerarsi per potersi proiettare nei prossimi dieci anni».


Parliamo del nuovo progetto, la Fondazione ClimAbita, evoluzione della sua esperienza a CasaClima.

N. L. «Abbiamo imparato che il nuovo progetto deve avere maggiore indipendenza e maggiore libertà. Questo per poterci dedicare all’obiettivo finale, ossia rivoluzionare i nostri comportamenti, iniziando dall’edilizia. La nuova fondazione ha un approccio olistico dell’abitare e del vivere: ragiona su concetti legati alla natura e all’essere umano. Ha ovviamente una forte radice energetica, ma non solo. Oggi pensiamo anche alla gestione dell’acqua, dei rifiuti, dei materiali, ma anche alla sicurezza sismica. E ancora, all’acustica, ai problemi indoor, alla riqualificazione delle aree urbane. E qui l’Italia, come altri paesi, ha una grandissima sfida da affrontare perché più della metà della gente vive in case costruite 30, 40 anni fa. Immobili che sono dei colabrodo, con problemi legati anche alla salute, come muffe, spifferi, umidità, rumori. Poi, c’è la questione dell’energia. La nuova piattaforma cerca di mettere insieme questi tasselli e punta al risparmio di energia e all’efficienza, a creare benessere e opportunità di lavoro. È una sfida tremenda perché vuol dire rifare il nostro Paese, e il tempo a disposizione è quasi nullo. L’obiettivo è occuparci di questi temi coinvolgendo tutta la filiera dell’edilizia, dai progettisti alle maestranze, dagli enti pubblici ai centri di ricerca. Al centro, però, ci sono gli utenti, i consumatori, la gente comune che deve essere coinvolta in questa trasformazione. Anche per evitare, come fatto in passato, di dettare, scrivere e gettare addosso alle persone norme che poi rimangono sulla carta. Le attuali leggi italiane sul risparmio energetico in parte sono anche buone. Però, quando si entra in qualsiasi cantiere, è un dramma. Dobbiamo allora domandarci cosa non sta funzionando. Oggi c’è un grande distacco tra conoscere e fare. È un delitto sapere come fare, sapere che lo dobbiamo fare, e poi non fare niente. Dobbiamo anche essere autocritici, capire come superare gli ostacoli».


Dal punto di vista pratico, quali sono le evoluzioni della sua idea di nuova edilizia e sostenibilità?

N. L. «Prima di tutto dobbiamo definire gli obiettivi nella loro essenzialità: cosa dobbiamo rispettare, cosa non dobbiamo più permetterci di fare, cosa evitare quando parliamo di edilizia sostenibile. Poi, dobbiamo programmare iniziative con tutti i protagonisti di rilievo: progettisti, imprese, produttori, distributori, istituzioni. Non dimenticando mai l’impegno culturale. Perché senza l’attiva partecipazione di tutti non riusciamo a fare questo passo, davvero gigante. Non sempre sono determinanti incentivi e prescrizioni. Deve esserci anche la convinzione del cittadino a condividere e partecipare perché siamo responsabili anche per i nostri figli e le prossime generazioni. Con quest’approccio, credo che saremo in grado di recuperare il tempo perso».


Ha creato una fondazione i cui cardini sono “partecipazione e condivisione” e ha fatto il tour “dialogo e sviluppo” per esporre il suo progetto. Cosa ha “raccolto”, a livello umano e professionale?

N. L. «Ho sentito perplessità e timori, mancanza di coraggio e di motivazioni. Ho incontrato gente che è ormai paralizzata dalla crisi e dall’insicurezza. Credo ci voglia una grande dose di coraggio, e soprattutto passione, per volere cambiare. Perché un altro atteggiamento che ho riscontrato è quello di stare lì e aspettare. Aspettare cosa? Non funziona. Soprattutto noi tecnici dobbiamo uscire, seminare, dialogare, incontrare la gente e così si riesce a cambiare l’immobilità del settore. È necessaria un’apertura mentale per cominciare di nuovo a camminare. Oggi tutto sembra fermo. Ognuno è occupato a trovare delle scuse, delle ragioni per spiegare perché nelle opportunità, quando ci sono, si vedono solo gli ostacoli. Questa è una grande difficoltà in Italia. Einstein, straordinario genio dell’ultimo secolo, disse una frase simile al nostro pensiero: “Il modo più sbagliato di affrontare una crisi è stare lì a piangere. Invece, dobbiamo lottare per i nostri sogni”. La voglia di nuovo è l’elemento positivo che ho percepito nel tour. Ho sentito il desiderio da parte di tante persone di volere partecipare e diventare volano di questa operazione. Perciò, il nostro impegno è dare, soprattutto ai giovani, una forte dose di coraggio per credere in questi valori. In questo modo, siamo in grado di rivoluzionare il nostro stile di vita».


Quali sono le linee guida di ClimAbita?

N. L. «C’è un comitato scientifico che si occupa delle linee guide, tenendo presente che comunque tutto è perfettibile e in continua evoluzione. In ogni caso, essendo pragmatici ed essenziali, abbiamo pensato che il costruire sostenibile deve essere semplice, applicabile, pagabile e controllabile. Per cui, anche nel nuovo sistema della verifica e della certificazione ambientale questa impronta deve essere visibile. Non possiamo perderci in questioni inutili e superflue, che spesso ci fanno deviare dalla direzione intrapresa e dal tracciato che abbiamo segnato, disperdendo energie e bloccando le nostre azioni. Prima di tutto vogliamo formare ed informare nella direzione della sostenibilità: è un tentativo. Non esiste la formula della sostenibilità. Non esiste la città sostenibile, e l’uomo non si comporta, purtroppo, in maniera sostenibile. Sarebbe anche un pericolo parlare di sviluppo sostenibile. Possiamo al limite parlare di sistema sostenibile, di operare secondo le leggi della natura, di circuiti chiusi. Anche perché i sistemi aperti che abbiamo non stanno funzionando. Comunque, una commissione di esperti è al lavoro per definire un Protocollo di Certificazione che consentirà il rilascio di certificati qualitativi per costruzioni edilizie, prodotti industriali-artigianali e sistemi che si distinguono per grado di efficienza energetica, utilizzo di risorse energetiche rinnovabili e sostenibilità ambientale. E un comitato scientifico sta preparando le attività di formazione e specializzazione rivolte a tecnici e progettisti avente come contenuto la costruzione e l’utilizzo di immobili sostenibili. Infine, Fondazione ClimAbita fornisce anche servizi e realizza iniziative finalizzate a promuovere una maggiore consapevolezza sociale relativa a tematiche quali la tutela ambientale e climatica, nonché il risparmio energetico».


ClimAbita, CasaClima, Protocollo Itaca, GBC Home e Leed Italia: come si aiuta il consumatore finale a orientarsi tra tante certificazioni?

N. L. «È chiaro che la concorrenza fa sempre bene, se possiamo parlare di concorrenza. Dobbiamo fare sinergie, collaborare: io non vedo concorrenti ma alleati. Credo che questa sia la sostenibilità, una lezione su cosa significa lavorare in squadra. La nostra è una squadra con attori presenti su scala nazionale e internazionale. ClimAbita nasce a Bolzano ma non è legata a un territorio. Si rivolge a tutta Italia e coinvolge anche Paesi europei ed extraeuropei su progetti che sono già in fase di sviluppo, uno di certificazione in Germania e uno di ricerca in Argentina».


Come sarà la nuova area Green Habitat al Saie di Bologna, di cui è responsabile?

N. L. «Sono stato incaricato di progettare Green Habitat perché la Fiera di Bologna ha una lunga tradizione in edilizia e sta interpretando questa evoluzione verso la sostenibilità. La mia intenzione è creare un’apertura del nostro paese verso le migliori evoluzioni su scala internazionale. Senza essere troppo critico, credo che abbiamo dormito troppo negli ultimi anni. Dobbiamo recuperare tempo, apprendere ciò che è già stato sviluppato, aggiungere un pezzettino per essere all’avanguardia. In Italia abbiamo eccellenti aziende. Però non sono sufficienti e dobbiamo ampliare questo gruppo. Green Habitat vuole essere una vetrina, un volano, un punto d’incontro per apprendere temi che arrivano principalmente dal Nord e Centro Europa. Penso che avremo delle belle testimonianze del fatto che siamo stati bravi a recuperare, ad accelerare per essere di nuovo in prima fila».


Storemat può contribuire alla diffusione della consapevolezza che sono necessari urgenti cambiamenti?

N. L. «Diffusione è una parola “magica”. Una difficoltà che spiega in parte i nostri problemi arretrati è l’assenza di canali di divulgazione. Senza conoscenza e consapevolezza non possiamo aspettarci nuovi comportamenti. Per cui, la prima grande operazione è creare quel clima che ci permette poi di fare il secondo passo. Solo dopo questo passaggio riusciremo a vedere la luce in fondo alla galleria. Ci servono tutti i media per creare conoscenza. Tante azioni sono ancora considerate pura fantascienza. La gente si lamenta perché paga troppo di energia e non sa che può cambiare. Ma chi può dare loro una mano a cambiare? Quali sono i partner giusti per gestire il risparmio energetico di un immobile? C’è un mare d’insicurezza che va a favore dei furbi di turno. E finché c’è ignoranza, è facile cadere nelle mani dei più scaltri. Questo vuol dire fare gravi danni. Perché, per esempio, se un cappotto dopo tre anni cade, significa che per i prossimi 30 si è bruciato denaro e si è rovinato un mercato. Per cui, serve maggiore serietà e questa deve essere riconosciuta. Credo che una delle principali difficoltà dell’edilizia è l’impossibilità di avere i “raggi x”. Non si riesce a capire cosa c’è dietro a un intonaco. Non si sa che cosa sia un vetro basso emissivo anche se possiamo toccarlo, graffiarlo. La qualità, a volte, è invisibile. Allora ci serve una serietà anche nella certificazione. Purtroppo, non si aiutano i consumatori, cui si forniscono autodichiarazioni, documenti che attestano il marchio CE ma non aiutano a risparmiare perché il prodotto non è tecnologicamente all’avanguardia internazionale. Insomma, dobbiamo superare tanti, tantissimi ostacoli per entrare in una nuova era».


Una nuova era, una nuova visione del costruire e dell’abitare. Può essere un approccio olistico, come lo definisce Norbert Lantschner. Che punta su rispetto delle tradizioni e della natura. E non è detto che i materiali naturali siano più costosi. Che occorrano radicali cambiamenti nel nostro modo di essere, vivere, consumare, lo dicono più voci. Cui si aggiunge quella di Lantschner. Condividiamo… e auguri! A lui, a noi, alle generazioni future, cui ci impegniamo a trasmettere qualcosa di rivoluzionario: credere nei cambiamenti e realizzare i nostri sogni.

Gloria Vanni

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